Max Scheler (1874-1928) (Italiano)

Uno dei principali rappresentanti della filosofia fenomenologica contemporanea. Nacque a Monaco; studiò a Eucken, professò alle Università di Jena, Monaco e, dal 1919, a Colonia, venendo chiamato, verso la fine della sua vita, all’Università di Francoforte sul Meno, dove morì nel 1928. Personalità brillante, Max Scheler è uno dei pensatori più notevoli della prima metà del nostro secolo. Si dedicò particolarmente all’Etica, ma non cessò di essere appassionato e interessato alla filosofia della religione, alla sociologia, all’antropologia e alla metafisica fenomenologica. La sua dottrina rappresenta un’importante derivazione della fenomenologia di Husserl, un autore la cui influenza è straordinariamente sentita in Scheler. I problemi della vita, della cultura e della storia sono stati affrontati da questo autore con una vocazione decisamente filosofica, di cui le sue numerose opere sono testimonianza.

Sono state distinte tre tappe nella vita di Scheler e nella sua posizione dottrinale. Il suo primo periodo, quello della gioventù, fu dominato dal suo maestro Eucken. Il pensiero di questo autore ruota intorno alla vita dello spirito: è una filosofia della vita (“vitalismo”), ma con una predominanza della vita spirituale. Questo tratto e la predilezione per Sant’Agostino è anche un tema in Scheler. Più tardi seguirà fondamentalmente Husserl, senza allontanarsi dai suoi affetti vitalisti e affettivisti, continuando e modificando la fenomenologia husserliana in senso affettivista. I suoi orientamenti vitalisti e storicisti furono influenzati da Nietzsche, Dilthey e Bergson. Negli anni della maturità (dal 1913 al 1922), Scheler produsse le sue opere fondamentali, la più importante delle quali è il Formalismo nell’etica e l’Etica materiale dei valori, che apparve nell'”Annuario di filosofia e fenomenologia” di Husserl (1913-1916). Fino alla sua maturità, Scheler era un autore fondamentalmente personalista, teista e cristiano; più tardi subì una trasformazione, liberandosi di molte delle sue precedenti convinzioni dottrinali e persino della sua posizione teista. Verso la fine della sua vita, specialmente nel suo scritto Il posto dell’uomo nel cosmo (1928), si può vedere la trasformazione che subì, senza arrivare a una dottrina perfettamente elaborata e sistematica. Le principali produzioni scheleriane sono: The Transcendental Method and the Psychological Method, 1900; Resentment in Morals, 1912; Formalism in Ethics and the Material Ethics of Values, 1913-16; Essence and Forms of Sympathy, 1923 (con un altro titolo, 1913); Essays and Articles, 1915; Dell’inversione dei valori, 1919; Dell’eterno nell’uomo, 1921; Sociologia della conoscenza, 1926; Il posto dell’uomo nel cosmo, 1928; L’idea dell’uomo e la storia, 1929; Concezione filosofica del mondo, 1929 (che comprende Conoscenza e cultura); Morte e sopravvivenza. Ordo amoris, 1933… Ci sono ancora scritti inediti. La maggior parte delle opere sono state tradotte in spagnolo, così come in altre lingue colte, raggiungendo un’enorme divulgazione.

La filosofia di Scheler considera fondamentalmente tre problemi o domande doppie: conoscenza e valori, vita e uomo, sentimenti e Dio. Per quanto riguarda la conoscenza, l’autore tedesco comprende che la conoscenza induttiva, quella delle scienze positive, il cui oggetto è la realtà sensibile, si basa sull’istinto di dominio; la conoscenza essenziale, che cerca di penetrare la struttura fondamentale di tutto ciò che è, cioè il “cosa” delle cose, ha come oggetto l'”a priori”, costituito dalle essenze e non precisamente dai giudizi (contro Kant): questo “a priori” non può essere “il razionale”, perché, in realtà, tutta la nostra vita spirituale possiede un contenuto “a priori” e, quindi, il sentire, l’amare, l’odiare, cioè l’emotivo dello spirito (senso agostiniano e pascaliano della fenomenologia di Scheler); La conoscenza metafisica, designata anche come “conoscenza della salvezza”, ha come oggetto, prima di tutto, i grandi problemi alla base della scienza, di cui richiede i risultati, e poi la metafisica dell’assoluto, cioè, in qualche modo, la “trascendenza”. Il cammino verso una tale metafisica non sarà per Scheler l’oggetto-essere, ma parte dall'”antropologia filosofica”, che pone la domanda fondamentale: Che cos’è l’uomo?

I valori costituiscono, per questo autore, gli “a priori” dell’emotivo, gli oggetti intenzionali del sentire. Non sono propriamente intelligibili – alla maniera delle “idee” di Platone – ma si danno immediatamente al sentimento intenzionale. Il nominalismo valoriale o nominalismo assiologico (empirismo e psicologismo) è rifiutato da Scheler, così come il formalismo etico (kantismo e logicismo intellettualista). I valori non dipendono dai fini, ma sono radicati negli oggetti della nostra comprensione e servono come base per le tendenze e gli obiettivi umani. Il valore fondamentale deve essere ideale, da cui nasce un dovere normativo o prescrittivo; l’etica non si basa su quest’ultimo dovere di essere, ma si basa sui valori come realtà materiale, esistente, oggettiva. Sono assoluti, mai relativi, appartenenti alla categoria della “qualità”. È la nostra conoscenza dei valori che è relativa; è il soggettivismo che li riduce alla vita che scopre la relatività storica dei valori. La gerarchia delle modalità di valore è così costituita: a) valori del sentimento sensibile: il piacevole e lo sgradevole; b) valori del sentimento vitale: il nobile e il comune; c) valori spirituali: bello e brutto, giusto e ingiusto, vero e falso; d) valori religiosi: il sacro e il sacrilego. La verità, di per sé, non è un valore (nel senso indicato). Secondo i loro supporti, i valori possono essere di persona e di cosa; i primi sono superiori ai secondi, spiccando tra questi, per la loro eccellenza, i valori morali (V. VALORE, VALORI).

La persona è, per Scheler, essenzialmente spirituale. Lo spirito non è, propriamente parlando, né intelligenza né volontà: è un nuovo principio. L’atto di separare l’esistenza e l’essenza costituisce la caratteristica differenziale dello spirito umano. Nell’insieme lo spirito è l’obiettività. D’altra parte, la persona è individuale, opposta al generale, ma non alla totalità. Ad ogni persona corrisponde un mondo e ad ogni mondo una persona. La realtà personale individuale si articola in una realtà personale plurale; vale a dire, la persona-individuo si articola in una comunità. Scheler stabilisce dei tipi di unità sociali. I due tipi di persone plurali pure sono la Chiesa e la nazione o circolo culturale.

L’uomo come realtà naturale non sfugge alla sua animalità, alla sua integrazione nella vita, che è un “tutto” in costante evoluzione. Ma l’uomo ha anche un altro significato: è l’essere che prega, che aspira a trascendere; è il cercatore di Dio. Egli possiede un’esperienza religiosa originale, poiché il divino è dato principalmente alla coscienza. Dio è un essere vivente e personale: è una persona suprema ed eminente. Il Dio dei panteisti non specifica la divinità (non si personalizza), lascia sfuggire la realtà viva del divino, confondendola con la realtà inferiore. Ogni spirito infinito crede in un Dio o in un idolo. D’altra parte, alla fede corrisponde la rivelazione, dalla parte di Dio, essendo la religione e la fede date grazie all’azione di un Dio personale. La metafisica è uno stadio preliminare della conoscenza religiosa. Il Dio filosofico diventa solo un rigido fondamento del mondo. Ogni conoscenza di Dio deve essere una conoscenza attraverso Dio. Questa conoscenza è fondamentalmente un atto religioso. E Dio è dato come un correlato del mondo, come la persona corrispondente al macrocosmo. Attraverso l’amore – che, se è autentico, ha sempre a che fare con un valore, anche se non è un valore in quanto tale – si arriva a Dio, perché Scheler crede che amare è sempre amare una persona, e il punto più alto dell’amore è la persona divina. Così Dio è il centro supremo dell’amore. E presta alla persona il fondamento del suo significato, che non è altro che il suo stesso amore.

Scheler ha rinunciato a molte di queste dottrine, in tarda età, per sostenere – inequivocabilmente – che gli stadi superiori dell’essere sono più deboli di quelli inferiori. I più potenti sono i centri di forza<a del mondo inorganico, che hanno senso teologico capitale. A parte questo, che è inaccettabile, bisogna notare che la fenomenologia di Scheler non costituisce ancora una metafisica dell’essere reale, nonostante il suo interesse descrittivo. La persona è ancora ridotta al centro di atti intenzionali; i valori richiedono un fondamento autentico nell’essere. La filosofia scheleriana è quindi una dottrina di transizione. Gli ultimi scritti antropologici sono pericolosi e panteistici.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *