La storia della dottoressa Sylvie Menard

Ci sono storie che diventano argomenti potenti. Storie che sono vive, pulsanti, traboccanti di speranza. Una di queste storie – e arriva a noi oggi – è quella dell’oncologa Sylvie Menard, una delle più rispettate ricercatrici sul cancro in Italia. La dottoressa Menard aveva sempre creduto che l’eutanasia fosse il modo ideale per eliminare il dolore che aveva così spesso analizzato dalla sua sedia scientifica. Ma il 26 aprile 2005, i test medici hanno confermato che lei stessa aveva un tumore incurabile nel suo midollo spinale. E, poi, ha cambiato il suo modo di intendere la vita e la malattia. La storia ci invita alla riflessione e all’analisi, in un momento in cui è stato appena pubblicato un manifesto per l’eutanasia, chiamato il Manifesto di Santander, un documento emerso dal seminario “Morte con dignità, assistenza di fronte alla morte”, che il dottor Luis Montes ha diretto presso l’Università Internazionale Menéndez Pelayo (Santander). Il medico chiede ai partiti politici di promuovere un dibattito al Congresso “in modo serio, responsabile e sereno” sull’eutanasia e il suicidio assistito. Se si legge tutto il testo, la prima cosa che viene in mente è una terribile paura che la nostra vita sia nelle mani di altri, in modo che possano farne ciò che vogliono. Non prendiamoci in giro, in pratica è così. Di fronte a questo tipo di manifesto, abbiamo la storia della dottoressa Menard, la prestigiosa direttrice dell’Oncologia Sperimentale dell’Istituto dei Tumori di Milano, un centro dove lavora dal 1969 per trovare una cura per il cancro. Per 36 anni, questo medico italiano, sposato con un figlio, è stato conosciuto come un forte sostenitore dell’eutanasia nei casi per i quali non c’è cura. Menard si considerava un discepolo del professor Veronesi, un sostenitore del cosiddetto “testamento biologico”. Tuttavia, quando le fu detto che soffriva della malattia che lei stessa studiava ogni giorno nel suo ufficio, crollò. “La donna che ero stata fino ad allora era morta”, dice. Il test ha mostrato un tumore incurabile nella sua spina dorsale. “Mi sono guardata allo specchio a casa: pensavo fosse impossibile”. A differenza di prima, ora è consapevole che il principale diritto del paziente è quello di non sentire dolore e che il medico ha il dovere ineludibile di alleviarlo, visto che la terapia del dolore ha fatto passi da gigante negli ultimi anni. Come esperta, sa molto bene che ci sono parecchi miti sul tema delle richieste di eutanasia. Cita spesso uno studio condotto in Canada, dove i dati sono schiaccianti. La storia è forse più interessante quando vediamo che questo cambiamento della dottoressa non ha niente a che vedere con la fede, visto che si dichiara non credente. Di fronte ai manifesti, le testimonianze sono inappellabili.

* Giornalista

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