Il medico di fronte al conflitto interno in Colombia

Il medico di fronte al conflitto interno in Colombia

Óscar Orlando González Vega (1)

(1) MD. Gastroenterologo. Ex presidente e membro onorario dell’Associazione Colombiana di Gastroenterologia, Bogotá, Colombia.

Data ricevuta: 06-05-09 Data accettata: 07-05-09

Data la situazione socio-politica del nostro paese, e il conflitto interno che abbiamo sofferto per oltre 50 anni, è rilevante affrontare un argomento che è critico nella nostra pratica quotidiana: la cura di certi tipi di pazienti, e le ripercussioni legali che questo comporta. Per quanto strano possa sembrare, questo argomento dovrebbe essere analizzato, discusso dal medico e da tutte le associazioni ed enti che ci riuniscono, alla luce dei recenti avvenimenti che abbiamo avuto modo di conoscere dai media.

Cominciamo col dire che il medico viene formato all’università in modo completo negli aspetti scientifici, accademici, umani ed etici per promuovere e favorire la salute, per diagnosticare e trattare le malattie e questo si può fare solo, tra gli altri modi, curando i pazienti. Questo sarebbe ovvio, se non vivessimo in Colombia dove, che ci piaccia o no, dobbiamo convivere con problemi radicati di tipo sociale e politico, e quindi come medici, dovendo curare pazienti che sono attori di questo conflitto interno.

Bene, tra gli altri casi, un medico ortopedico legato a Sanitas su invito di un collega anestesista, faceva parte di una brigata sanitaria che trattava pazienti nelle pianure orientali, dipartimento di Meta, che alla fine si è rivelato essere guerriglieri, e per i quali ha ricevuto le tasse corrispondenti circa 3 anni fa. Questa visita sanitaria è stata ripetuta un anno dopo, come ha testimoniato l’ortopedico, che è stato poi tradito da un guerrigliero reinserito, il quale, ansioso di una riduzione di pena, e forse di una ricompensa economica, ha dato la sua versione alla giustizia. Immediatamente l’ufficio del procuratore ha iniziato l’indagine con l’imputazione del reato di ribellione, che secondo il codice penale colombiano lo definisce come “l’azione che attraverso l’uso delle armi intende rovesciare il governo nazionale o sopprimere o modificare l’attuale regime costituzionale legale, incorre nella reclusione da 96 a 162 mesi e una multa da 133,33 a 300 salari minimi mensili legali in vigore”.

La Corte Suprema di Giustizia, nella sentenza 7504 dell’agosto 12/93 aggiunge, a proposito di questo reato, che “non significa che tutti i membri di un gruppo di guerriglia debbano essere combattenti per essere considerati ribelli; È sufficiente che appartengano al gruppo sovversivo e per questo siano incaricati di compiti di qualsiasi natura, come il finanziamento, ideologici, di pianificazione, reclutamento, pubblicità, relazioni internazionali, istruzione, indottrinamento, comunicazione, intelligence, infiltrazione o qualsiasi altra attività che non abbia nulla a che fare con l’uso delle armi, ma che sia uno strumento idoneo al mantenimento, rafforzamento o funzionamento del gruppo sovversivo perché si intenda che la qualifica di ribelle può essere data a coloro che svolgono tali attività”.

Come è evidente, né il codice penale né la sentenza della Corte Suprema specificano che la cura di un paziente costituisce un elemento che costituisce il reato di ribellione, ma anche così, in questo momento il medico ortopedico è detenuto in una delle prigioni di Bogotà, in un reparto di alta sicurezza in attesa del verdetto di una delle alte corti.

Questa circostanza era già stata studiata a livello nazionale e internazionale. È così che la Corte Costituzionale, nella sentenza 225/95, ha ratificato l’adozione del Protocollo II della Convenzione di Ginevra (12 agosto/49), contemplato nel nostro sistema giuridico nella legge 171 del dicembre 16/94, relativa alla protezione delle vittime dei conflitti armati non internazionali. L’articolo 7 del Protocollo, che riguarda la protezione e la cura dei feriti, dei malati e dei naufraghi, afferma al paragrafo 2: “In ogni circostanza essi saranno trattati umanamente e riceveranno, per quanto possibile e al più presto, le cure mediche richieste dal loro stato. Non sarà fatta alcuna distinzione tra loro che non sia basata su criteri medici”.

Nell’articolo 10 che si riferisce alla protezione della missione medica, al numero 1 si dice “nessuno può essere punito per aver esercitato un’attività medica secondo la deontologia, qualunque siano state le circostanze o i beneficiari di tale attività”.

La Corte Costituzionale ha concluso in quella sentenza che le regole del diritto internazionale umanitario, non ammettono accordi in senso contrario e possono essere modificate solo da una successiva regola di diritto internazionale generale che abbia lo stesso carattere”

Per aggiungere altri elementi di discussione, lo stesso medico ortopedico dice che mentre era in prigione, con l’approvazione dei direttori del carcere, ha curato pazienti che sono per lo più guerriglieri, paramilitari o trafficanti di droga. Di fronte a questo scenario, vale la pena chiedersi se ci debba essere una doppia concezione o un doppio standard nel trattare un malato, ferito o morente che potrebbe ben corrispondere a una condizione civile o guerrigliera o militare o paramilitare. Cosa resta?

Il ramo giurisdizionale deve agire legalmente e nel diritto rispettando i precetti del diritto internazionale umanitario, lontano dalla politica e dalla tentazione di soccombere al ramo esecutivo. L’ufficio del procuratore generale come entità investigativa e i giudici e i magistrati delle alte corti devono ricordare che i medici hanno l’obbligo etico e morale di trattare i pazienti senza distinzione di razza, religione, credo politico, status sociale o giudiziario; la professione medica non può essere classificata come altri settori della società all’interno di gruppi di informatori, e tanto meno che facciamo giustizia quando scegliamo di rifiutare di curare un essere umano in difficoltà. Al contrario, questa circostanza andrebbe contro l’obbligo che il medico acquisisce quando si laurea e contro la legge emanata nel senso di servire qualsiasi paziente che richieda i loro servizi.

Spero che lo stato colombiano, con le non poche decisioni contraddittorie che a volte prende, non ci costringa in futuro, prima di assistere un paziente, a rivedere il certificato giudiziario di questo. Come medici siamo obbligati ad agire nel rispetto della legge e a continuare l’atto medico in condizioni libere e chiare, senza distinzioni e senza coercizione. Facendo un paragone, sarebbe come impedire a un giurista di difendere un colpevole, o a un religioso di ascoltare la confessione di un peccatore.

È degno di nota, tuttavia, che il medico in generale e le entità che ci riuniscono, con poche eccezioni, sono rimasti in attesa e in silenzio. Dovrebbe essere l’opposto in questa circostanza epocale, perché a seconda di quello che deciderà il Consiglio di Stato, passeremmo da una professione liberale, umana ed estranea ai conflitti a un’attività condizionata, costretta e in pericolo di cadere in un limbo giuridico per il fatto di rispettare la legge e fare quello che ci riesce meglio: servire i pazienti.

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